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Biotecnologie

Presentazione del settore
Le biotecnologie, intese nel significato più ampio del termine, possono essere definite come "ogni tecnologia che utilizza organismi viventi (quali batteri, lieviti, cellule vegetali, cellule animali di organismi semplici o complessi) o loro componenti sub-cellulari purificati (organelli ed enzimi) al fine di ottenere notevoli quantità di prodotti utili, oppure per migliorare le caratteristiche di piante e animali o, ancora, per sviluppare microrganismi utili per specifici usi".
Negli ultimi anni, sebbene in ritardo rispetto agli altri grandi Paesi europei, è emerso anche in Italia un vero e proprio settore biotech, costituito da imprese specializzate. Il comparto mostra ritmi di crescita davvero considerevoli, con prospettive di ulteriore accelerazione, e rappresenta un’opportunità per creare conoscenza e innovazione apportando un effettivo contributo economico e sociale al Sistema Paese.
A fine 2010 sono state individuate, in Italia, 375 imprese biotecnologiche impegnate in attività di ricerca e sviluppo, delle quali ben 221 rientrano nella definizione di “pure biotech” (imprese che hanno come core business attività legate esclusivamente alle biotecnologie) adottata dal Centro studi internazionale sulle biotecnologie di Ernst & Young.  Un dato, quest’ultimo, doppiamente significativo: da un lato infatti l’Italia si afferma come il terzo paese in Europa, dopo la Germania (403) e il Regno Unito (275), per numero di imprese dedicate; dall’altro, l’Italia è il paese europeo in cui il numero di imprese “pure biotech” ha avuto una crescita maggiore (+2,8% rispetto al Rapporto 2010). Valori che dimostrano come, anche dopo la crisi finanziaria, le imprese in Italia abbiano saputo reagire e confermare una presenza significativa.
Delle 375 imprese individuate, 246 operano nel settore della salute umana e, di queste, 185 in modo dedicato. Ciò conferma quanto già emerso nel Rapporto 2010 circa il ruolo trainante del “red biotech” e permette all’Italia di mantenersi in linea con la media dei principali paesi europei, dove il 70% delle imprese biotech opera, infatti, nel settore red.
Considerando invece gli altri settori di applicazione delle biotecnologie, emerge come 49 siano le imprese dedicate che operano nel “green biotech”, 21 quelle attive nel “white biotech”, 41 quelle che si occupano di GPTA (Genomica, Proteomica e Tecnologie Abilitanti) e 79 quelle la cui attività si esplica in più di un settore di applicazione (“multi Core”), la cui quota vede un aumento particolarmente significativo, passando dal rappresentare il 6% del campione, Nel 2010, al 21% quest’anno. È pertanto evidente come un numero crescente delle biotech italiane stia perseguendo una diversificazione in più settori di applicazione, sfruttando le competenze sviluppate nel settore di origine.  Il peso delle multi core è ancora maggiore se si considerano le sole pure biotech, dove infatti la loro percentuale sale al 24%.
Considerando la localizzazione delle imprese che operano nel settore biotech emerge come, nella maggior parte dei casi, queste abbiano una localizzazione autonoma (56%). Il dato cambia però significativamente (44%) se si considerano le sole imprese pure biotech. Nel cluster delle pure biotech, infatti, quasi la metà delle imprese è situata in prossimità di parchi scientifici o incubatori, con un incremento dal 44% nel 2009, al 49% nel 2010. L’aumento delle imprese localizzate presso questo tipo di strutture è giustificato dall’opportunità, soprattutto in fase di start-up, di condividere eventuali servizi contenendo i costi, così come di potere accedere a specifiche competenze tecniche e manageriali.

Tipologie di processi/prodotti
Il panorama dei prodotti o processi sviluppati dalle imprese specializzate è estremamente vario: dall’uso di piante quali bioreattori per la produzione di sostanze ad alto valore aggiunto ad approcci terapeutici basati sulla terapia genica, a nuovi farmaci da ingegneria genetica o modellati espressamente in base all’applicazione di genomica e proteomica, ai diagnostici basati su anticorpi monoclonali o su sonde ad acidi nucleici.

Addetti e opportunità per i laureati
Nonostante il comparto biotech stia registrando da anni un sostenuto trend di crescita, è bene sottolineare che attualmente gli addetti attivi nella R&S sono circa 5000 in Italia, a fronte di una offerta di laureati in biotecnologie che presto toccherà le 16000 unità.
Detto questo, in termini di personale impiegato nelle imprese biotecnologiche specializzate, mediamente i laureati rappresentano più del 50% del totale, mentre i diplomati sono circa il 25%.
I corsi di laurea più importanti per aspirare a un’occupazione nelle aziende del settore sono scienze biologiche, biotecnologie, medicina e chimica e tecnologie farmaceutiche, farmacia, oltre a varie specializzazioni post-universitarie particolarmente legate alle esigenze della ricerca post-genomica, con particolare riferimento alla bioinformatica.
L’industria biotecnologica italiana si trova ad avere esigenze specifiche in termini occupazionali, che però spesso non trovano adeguata risposta da parte del mondo della formazione, che pure può contare sul territorio su circa sessanta corsi di laurea in biotecnologie di primo livello, a cui si aggiungono circa settanta corsi di laurea specialistica in biotecnologie mediche, veterinarie, farmaceutiche, industriali ed agrarie. Forte di questo grande investimento in formazione, l’università italiana prepara ogni anno alcune migliaia di laureati in biotecnologie. Queste risorse trovano prevalentemente impiego presso i laboratori dell’Università o di enti di ricerca ad essi collegati, dove spesso proseguono il lavoro di ricerca precedentemente avviato durante il periodo di tesi. In questo contesto è frequente l’accesso ai dottorati di ricerca della durata di almeno tre anni. Il PhD è spesso anche l’occasione per una esperienza di lavoro all’estero se è conseguito presso (o in partnership) con una università straniera. In generale infatti, l’avere lavorato in realtà internazionali regala una maggiore apertura verso mentalità e modi di operare diversi da quelli registrabili nelle realtà italiane e può rivelarsi preziosa nei contatti con colleghi o clienti, a seconda del ruolo ricoperto. Dopo il PhD, le prospettive di carriera in ambito accademico prevedono generalmente la prosecuzione delle attività lavorative con un assegno di ricerca o l’accesso al concorso per diventare ricercatore.
In azienda le principali opportunità di inserimento per un biotecnologo riguardano l'ambito scientifico, e spaziano dal campo della ricerca industriale e applicata, allo sviluppo di processo, alla produzione (Upstream & Downstream), alle Quality operations (Quality Control, Quality Assurance). La base per l’esperienza e la crescita successiva è sicuramente il lavoro sperimentale su progetti di ricerca interna o legati a contratti.
L’inserimento di un neolaureato avviene generalmente in affiancamento ad un ricercatore senior che sviluppa un programma di training della nuova risorsa della durata di alcuni mesi. Successivamente a questo periodo iniziale, il referente del nuovo ricercatore è il project manager del progetto. L’inserimento nelle attività sperimentali è benefico per sfruttare il potenziale di creatività che è indubbiamente patrimonio privilegiato, anche se non esclusivo, dei più giovani.
Nel corso del tempo la crescita e le attitudini personali possono poi portare ad un ruolo di crescente responsabilità tecnica su progetti più complessi ed innovativi, ad un ruolo di coordinamento e gestione come quello di responsabile di un gruppo o a ruoli di staff che si occupino di qualità, intellectual property, sicurezza, etc. per i quali è comunque indispensabile avere lavorato “sul campo”.
Nel complesso va rilevato che la richiesta di personale qualificato da parte del settore industriale è molto al di sotto del numero di biotecnologi che si affaccia ogni anno al mercato del lavoro. Va pur detto però che alle tipologie di percorsi professionali sopra illustrate si affiancano le opportunità di inserimento in posizioni in ambito commerciale e nel marketing (specialist di prodotto), dove è opportuna una formazione post laurea nell’area del marketing management. Altre ulteriori prospettive sono legate alle aree del regulatory, del clinical monitoring e, sempre più, del business development.
In generale l’industria, soprattutto in questi ambiti, investe nella formazione dei neolaureati tramite periodi di internship, mirati ad integrare il background scientifico di base con nozioni altrettanto fondamentali, acquisibili esclusivamente attraverso l’esperienza in azienda. Questo passaggio mira a far fronte ad una oggettiva carenza formativa dell’università in questi ambiti, alla quale si potrebbe ovviare inserendo nella programmazione argomenti inerenti la creazione e l’organizzazione della gestione dell'impresa, la gestione dei progetti scientifici, l’attività di marketing (inclusa l'attività di brevettualità) e, non ultima, la comunicazione scientifica, tutti aspetti indispensabili  al completamento della figura del biotecnologo.
Un ulteriore spazio di attività riguarda l’area chiave del technology transfer, ovvero della trasformazione dell’idea di ricerca in valore economico. Il percorso prevede la frequenza di corsi post laurea dedicati a cui segue l’esame per diventare specialisti nella protezione e valorizzazione della Proprietà Industriale e Intellettuale sul territorio italiano.
Società che si occupano di gestione di progetti di ricerca per conto terzi – una buona fetta del settore biotech – possono inoltre richiedere laureati in biotecnologie che ricoprano il ruolo del project manager, ovvero quella figura che si occupa dei clienti, seguendoli durante il progetto e la commessa.
Infine va menzionata l’area della comunicazione che richiede sempre più spesso competenze specialistiche.
Un’ultima considerazione può essere fatta in merito alla laurea triennale in biotecnologie: attualmente sembra essere vissuta solo come passaggio verso il conseguimento della laurea specialistica, piuttosto che come una professionalità che può trovare sbocco nel ruolo di tecnico di laboratorio laureato. Tale ruolo, sia nell’ambito pubblico che nel settore privato, può avere un contenuto qualificante a supporto dell’attività di ricerca e la possibilità di formazione e crescita in un proprio percorso, diverso da quello del scientist ma che richiede ormai una formazione più approfondita rispetto a quella tradizionale della scuola superiore.
Per concludere, le specifiche competenze di alto livello dei biotecnologi richiedono per il futuro una integrazione con le esperienze acquisibili in azienda e/o attraverso una maggiore cooperazione tra le agenzie formative e il mondo dell’impresa.

Per saperne di più
Assobiotec è l’Associazione nazionale per lo Sviluppo delle Biotecnologie cui aderiscono le imprese interessate a ricerca, sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti e servizi ottenuti grazie all’impiego delle biotecnologie in tutti gli ambiti applicativi.

www.assobiotec.it

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